Il paziente non sopporta neppure il pensiero di un ambiente confinato, ed evita accuratamente gli ascensori, le stanze piccole, etc. Se grave, la claustrofobia può rendere assai difficile la vita di chi ne è affetto, in quanto gli impedisce del tutto il soggiorno negli ambienti nei quali si svolgono le attività normali di ogni giorno. I sintomi di questa nevrosi, oltre ad una fortissima reazione ansiosa, comprendono sensazione di mancanza d’aria e vere e proprie crisi dispnoiche al confinamento o al suo solo pensiero. Il paziente affetto da claustrofobia può essere chiaramente consapevole del fatto che la sua fobia non ha alcuna motivazione logica, ma questa consapevolezza non gli è di aiuto nel superare il suo disturbo: la sua paura aumenta a mano a mano che la situazione temuta si avvicina, e può assumere le caratteristiche del timor panico quando il paziente si trova in un luogo chiuso. La fobia può limitare gravemente l’autosufficienza del paziente, che spesso si sente depresso, incapace e perde ogni stima di se stesso. A volte il paziente può affrontare senza conseguenze il soggiorno in uno spazio chiuso se è in compagnia di una persona fidata, di solito un parente. La causa della claustrofobia, come di tutte le altre fobie, non è ben nota: molti psicologi ritengono che il paziente riferisca uno stato d’ansia ad uno stimolo esterno, per poterlo evitare. Infatti il claustrofobo è perfettamente tranquillo se può evitare gli spazi chiusi, mentre uno stato d’ansia non è così facile da evitare. Nella maggior parte dei casi l’oggetto della fobia simbolizza la causa dello stato d’ansia. Nel caso della claustrofobia, lo stato d’ansia potrebbe essere stato generato da una mancanza d’affetto, reale o immaginaria, da parte dei genitori. Se il bambino è stato più volte punito con l’ordine di restare in camera, nella sua mente la permanenza nell’ambiente chiuso può essere associata alla sensazione della punizione e della severità dei genitori, e quindi generare uno stato ansioso. Le forme più gravi di claustrofobia insorgono di solito in personalità immature e possono limitare gravemente la vita del paziente: queste forme richiedono un trattamento psicologico prolungato. Le forme più leggere possono essere trattate più semplicemente con le tecniche di desensibilizzazione e di rilassamento, che permettono al paziente di affrontare gradualmente le situazioni che possono scatenare la fobia. Un moderato impiego di sedativi può aiutare il paziente a capire che i suoi timori non sono assolutamente giustificati. Le tecniche di desensibilizzazione sono basate sul fatto che, spesso, il paziente riesce a superare la situazione temuta se è accompagnato da una persona fidata. Sotto la guida di un medico specialista, chi soffre di claustrofobia deve progressivamente affrontare il soggiorno in ambienti chiusi, prima in compagnia e poi da solo. La terapia deve essere molto graduale: il paziente deve prima abituarsi a stare in una stanza chiusa ma ben illuminata; solo quando questa situazione non provoca in lui alcun senso di oppressione, può affrontare il soggiorno in un ambiente chiuso e affollato; superato anche questo gradino, il paziente prova ad entrare in un ambiente chiuso, buio e affollato. Questa terapia, per quanto apparentemente banale, è molto efficace in tutte le forme di fobia, e non solo nella claustrofobia, purché non accompagnate da altri disturbi del comportamento: se la claustrofobia è solo una copertura, che nasconde più gravi problemi psicologici, è bene sottoporsi alla psicoterapia classica, per capire le motivazioni profonde della fobia e, quindi, cercare di risolverle completamente, e non solo in superficie.